Al cospetto del re:
il grande squalo bianco, Carcharodon carcharias

Resoconto di un viaggio a Gansabaai, in Sudafrica, per studiare da vicino il comportamento dello squalo bianco.

COORDINATE: 34°41’10″S, 019°25’19.4″E

KEYWORDS: oceano atlantico, mare aperto, sudfrica, gansbaai, squalo bianco, otaria

Nonostante la mia passione per animali criptici, adattati ad ambienti estremi, e spesso piuttosto peculiari dal punto di vista evolutivo, ammetto che il grande squalo bianco, Carcharodon carcharias, ha sempre esercitato su di me un certo fascino: così, nell’ormai lontano 2004, ho preso un volo per Gansabaai, a poca distanza da Cape Town, per studiare da vicino questo grande ed efficiente predatore, un vero re del mare.

Lo squalo bianco può raggiungere 7 metri di lunghezza e 3 tonnellate di peso, ed è dotato di un corpo possente e muscoloso, di forma idrodinamica. La grande coda omocerca, le fessure branchiali molto ampie e la temperatura corporea più elevata di quella dell’acqua circostante grazie ad una efficiente rete mirabilis (un complicato sistema di vasi sanguigni in grado di minimizzare la perdita di calore) sono indice di un animale capace di rapidi scatti ed elevate velocità.

I denti, fino a 3.000, sono triangolari e seghettati (il nome del genere significa proprio “dai denti a sega”); quelli funzionali sono 23-28 posti su una sola fila nell’arcata superiore delle mascelle, e 21-25 per ogni fila (due o tre) in quella inferiore, disposizione che permette di strappare brandelli di carne da prede di grandi dimensioni. I giovani si cibano invece di piccoli pesci, com’è dimostrato dalla dentatura fine e acuminata.

Uno squalo bianco, Carcharodon carcharias, attratto da un’esca

Il momento emozionante in cui la gabbia viene calata in mare

Vive in acque costiere superficiali di tutti gli oceani, con due principali popolazioni, una australiana ed una atlantico-sudafricana, ma un buon numero di squali piuttosto stanziali si trova anche lungo entrambe le coste del Nord America; inoltre, una piccola popolazione mediterranea ha eletto il canale di Sicilia a luogo riproduttivo favorito.

È un animale molto mobile, in grado di coprire grandi distanze; è però piuttosto abitudinario, e in genere ritorna con cadenza stagionale in territori già noti. Gli spostamenti coincidono sempre con condizioni di caccia favorevoli: in effetti, di fronte a Gansabaai, un gran numero di squali pattuglia le coste delle piccole isole di Dyer Island e Geyser Rock, sedi di una ricca colonia di otarie del capo (Arctocephalus pusillus), solo nel periodo che va da ottobre a gennaio, coincidente con lo svezzamento delle piccole otarie, che rappresentano facili prede.

Ecco perché ogni mattina lasciamo le coste rocciose di Gansbaai, superiamo la coltre di kelp, e ci dirigiamo al largo, affrontando onde oceaniche alte fino a 10 metri: qui, di fonte alle isole, possiamo attirare verso la nostra imbarcazione gli squali bianchi, utilizzando tonnetti decongelati e un grande quantitativo di sangue e fegato di altri squali, recuperati dagli scarti dell’industria peschiera, per diffondere scie odorose sulla superficie del mare. Una volta che gli squali vengono attratti, tramite osservazioni aeree e dalle gabbie metalliche calate in acqua possiamo studiarne il comportamento, stimarne taglia e peso, ed effettuare censimenti riconoscendo i singoli individui tramite le cicatrici presenti sulle pinne e sul muso.

L’acqua è piuttosto fredda (intorno a 16° C) e molto torbida, così gli squali sembrano apparire dal nulla nei pressi delle gabbie, e ogni volta l’emozione suscitata è fortissima: sono animali davvero imponenti, che in ogni movimento sembrano mostrare tutta la potenza di cui sono capaci.

L’individuazione della preda avviene spesso a grandi distanze, grazie a sensi molto sviluppati quali l’udito, particolarmente adatto a recepire le basse frequenze prodotte dal dibattersi di grandi organismi, e l’olfatto, sensibile ad ammine ed aminoacidi della carne e proteine del sangue, come emoglobina e sieroalbumina: questo squalo riesce a recepire una parte su un milione di sangue in acqua!

A minor distanza entra in gioco la vista; un comportamento caratteristico dello squalo bianco è lo spy-hopping, la parziale emersione per orientarsi rispetto alla costa e individuare prede sulla riva o sul pelo dell’acqua. È un comportamento riscontrato solo negli squali bianchi fra i selaci, mentre è tipico di alcuni misticeti, che lo utilizzano con la sola funzione di orientamento.

La fase finale dell’attacco viene guidata dall’elettroricezione, che permette di captare il debole campo elettrico emesso dalle contrazioni muscolari delle prede. In questa fase lo squalo ruota gli occhi all’indietro per non offrire all’estrema difesa della preda un punto così delicato. La parte posteriore dell’occhio, infatti, è irrobustita da un duro rivestimento fibroso e sprovvista di cellule sensoriali. Questo spiega perché gli squali talvolta sembrino attaccare le gabbie metalliche in cui alloggiano i subacquei o i motori delle imbarcazioni: il metallo ed i campi elettrici confondono il sistema di percezione dell’animale.

Uno squalo bianco, Carcharodon carcharias, attratto da un’esca

 Uno squalo bianco, Carcharodon carcharias, attratto da un’esca

Essendo le prede organismi agili e veloci, è fondamentale per questo squalo potersi avvicinare il più possibile senza essere scorto, ed impedire immediatamente la reazione di fuga. La contrombreggiatura del corpo aiuta a conservare l’invisibilità, mentre una serie di adattamenti morfologici favorisce scatti improvvisi e di grande potenza, permettendo di raggiungere velocità di oltre 60 km/h.

Per aumentare l’effetto sorpresa, l’attacco avviene dal basso verso l’alto, in condizioni di poca luce, sfruttando la presenza del tapetum lucidum, uno strato riflettente di cristalli di guanina posto dietro la retina, capace di migliorare la visione in condizioni di scarsa luminosità: la silhouette della preda è così evidente contro la superficie, mentre la sagoma del predatore è praticamente invisibile.

L’attacco si riduce spesso ad un solo morso, generalmente rivolto alla parte posteriore della preda in modo da impedirne il nuoto, dopodiché l’animale ne segue da vicino l’agonia: questo comportamento prende il nome di bite, spit and wait.

In condizioni di scarsa visibilità lo squalo ricorre ad un approccio lento e circospetto, sfruttando la “palatabilità saggiata”, capacità di percepire il contenuto lipidico della possibile preda, per valutare se ci sono le condizioni per portare l’attacco. Osserviamo questo approccio ogni qualvolta attiriamo un esemplare verso la barca: benché ogni squalo si comporti in maniera differente, la maggior parte di essi mostra curiosità ed interesse verso l’imbarcazione e noi all’interno della gabbia, e si avvicina con prudenza, osservando spesso la superficie tramite spy-hopping, e in molti casi si allontana senza attaccare l’esca, avendo capito di trovarsi di fronte ad una situazione innaturale.

Un aspetto poco noto dell’etologia di questo animale riguarda l’apprendimento delle tecniche di caccia: è stato osservato come i giovani si esercitino attaccando e poi lasciando fuggire uccelli marini, mentre le popolazioni nordamericane di squali bianchi catturano ed uccidono abitualmente le lontre (Enhydra lutris), senza però nutrirsene: questi animali non soddisfano il palato dello squalo, ma sono utili come addestramento.

A Gansabaai, è facile osservare giovani squali portare attacchi estremamente violenti ed energici, ma spesso senza successo, alle otarie, mentre animali più grandi catturano con facilità, con attacchi rapidi ma misurati. Evidentemente gli squali più piccoli si trovano per la prima volta a fronteggiare prede sconosciute, mentre gli adulti sono già stati in precedenza in questi territori, e hanno imparato come portare l’attacco in maniera efficace e poco dispendiosa.

Il fuoristrada e la piccola imbarcazione utilizzata per l’attività di marcatura di piccoli squali bentonici di fronte alle coste di Gansbaai

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